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brahim achir

 

Nulla è importante al di fuori della coscienza. I soggetti iconografici di Brahim Achir possono contarsi sulle dita di una mano: primi piani o figure stanti; deserti; Falansteri solitari come l’animo umano… nulla di più di questo, eppure molto altro ancora: la memoria; la percezione fisica di braccia e gambe stanche e gola arsa, oppure di orgasmi per una vita nuova; la conoscenza di sé, cruda e inarrestabile, che tace finché v’è rumore intorno, ma grida fino allo sfinimento nel silenzio spietato di un paesaggio dove è nulla, tranne che la propria coscienza.

 

Dunque alla fine il soggetto tematico delle opere di Achir è soltanto uno: la rappresentazione del non-luogo che ognuno porta nella propria mente, in fine il luogo più reale dove mai potremmo vivere. È nell’osservazione dell’immobilità, rappresentata con costanza strategica in ogni lavoro di Achir, che siamo obbligati a far tacere quanto di estraneo entra nelle nostre orecchie e negli occhi, quanto di estraneo alla nostra coscienza viene elaborato ogni giorno dalla mente per naturale dovere. Questo specchio immobile, che sia composto da paesaggi o da un bel volto che guarda chi osserva con ferma dolcezza, riflette la conoscenza di sé per un’esperienza intima che per qualcuno equivarrà a un desiderato ritorno a casa, per qualcun altro un incubo terrificante, in ogni caso non può che essere crudele.

 

Mirabile è ogni tocco di pennello studiato affinché tutto vibri ma nulla si muova, incredibile artificio dell’arte di Achir: tutto è vivo, tutto respira, ma nulla si sposta; non è un’attesa ma un incanto potente della vita che si attua nonostante il movimento disorganico e inutile del mondo, perché la realtà è solo quella che ognuno crea nella propria coscienza. Dunque più ci si avvicina alla superficie pittorica, più ci si rende conto che la stesura del colore è data per addizione materica e sottrazione, per accumulo di colore a formare pennellate grumose giustapposte a incisioni che tolgono materia, come accade in silenzio nella nostra pelle, sul nostro scalpo: mille cellule muoiono, mille capelli cadono, altrettanti vengono generati; ma dall’esterno non c’è cambiamento e solo chi ha scoperta la magia dell’umana armonia di sé riesce a sentire quel cambiamento, quella ruga in più o quell’emozione che nascono nonostante la più ferrea determinazione.

 

Nei dipinti di Achir non esiste punto di vista, non esiste prospettiva; se non fosse un irrisolvibile ossimoro, si potrebbe parlare di “astratto figurato”, poiché nulla delle forme reali rappresentate da Achir hanno l’intento di una narrazione determinata e voluta dall’artista, tutto è lasciato all’interpretazione empatica dell’osservatore, così come succede nelle composizioni di Kandinskij, che rispondono all’esigenza intuitiva di oggettivare un’emozione. È doveroso chiedersi se per Achir l’atto del dipingere è un automatismo della coscienza come per il maestro russo; ho conosciuto Achir attraverso le sue poesie, attraverso passeggiate in luoghi a lui cari, i suoi affetti, le malinconie e l’allegria eccessiva e contagiosa che spesso lo anima: ogni azione dell’uomo è in lui azione dell’artista, lo svolgimento della sua vita è l’esplicazione della propria coscienza senza alcun tipo di filtro ed è questa la grandezza della sua arte.

 

di Cecilia Paolini



sviluppo e realizzazione grafica a cura di Raffaele Verna