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claudio orlandi

Nella complicata relazione tra arte figurativa e fotografia, molte sono le interpretazioni che, dall’invenzione della macchina da presa fino alla contemporaneità, via via sono state suggerite dagli artisti. Se, infatti, in un primo momento della storia dell’arte, la pittura si è allontanata dalla rappresentazione realistica, poiché la fotografia poneva uno statement ineguagliabile, in tempi più recenti è stata piuttosto la fotografia a rivendicare la propria indipendenza da un uso esclusivamente presentativo per assurgere a vera e propria arte capace di “rappresentare”.

 

In questo scenario di interpretazione artistica, Claudio Orlandi si pone come autore dialogante tra volontà espressiva, personale e dinamica, rappresentativa di una realtà interpretata, ed esigenza di presentare il dato realistico anche attraverso la materialità, poiché costituisce il confine ultimo attraverso il quale il mondo può essere conosciuto, quell’esperienza minima che permette di sopravvivere attraverso la sedimentazione delle esperienze esistenziali.

 

CLAUDIO ORLANDIIl percorso artistico di Orlandi, dunque, non prescinde dall’analisi, non solo della storia della fotografia, ma anche da un approfondimento delle tecniche pittoriche, con particolare riferimento alla giustapposizione dei colori e all’effetto della materia pittorica che si trasforma in una pennellata, più o meno materica oppure sciolta in una impercettibile velatura. Sul tema dell’analisi del colore va letta la serie "Tatuaggi di Luce", in cui il corpo umano è utilizzato come supporto per la stesura di effetti coloristici creati attraverso la luce o l’assenza di questa; ricoperte di luce colorata, alternata a sottili zone d’ombra, la forma corporea è trasformata in una sorta di paesaggio del colore, che simula la realtà per trasformarla, appunto, in rappresentazione.

 

La serie "Porno dreams", riflette, invece, sulla resa del concetto di “pennellata” in fotografia: anche in questo caso, la realtà contingente dell’immagine pornografica è completamente trasformata, secondo la sensibilità dell’artista, che utilizza le tecniche di interpolazione fotografica per creare “pennellate” sovrapposte e sfuggenti, come tante piccole velature che vanno a comporre un movimento minimo ma costante attraverso il quale intuiamo la forma ma senza poterne cogliere una definizione netta.

 

Questa ricerca coloristica e del mezzo espressivo della messa a fuoco, attraverso cui è possibile utilizzare la fotografia quale strumento rappresentativo e non soltanto presentativo, è applicata da Orlandi anche per uno dei temi più classici della storia dell’arte, ossia il paesaggio: in "Tempus fugit", Orlandi sovverte il senso tradizionale del paesaggio, ossia di un luogo immutabile e immobile, nel quale al massimo l’azione è apportata dalla presenza di esseri viventi, uomini o animali, ma è un’azione estranea al paesaggio stesso, che ne diventa una sorta di scenario, perdendo la centralità della composizione. In "Tempus fugit", invece, l’unico protagonista è solo il paesaggio, ma rappresentato nel momento del passaggio del tempo, che finalmente coinvolge la natura finora statica e la rianima di un divenire puntuale e allo stesso tempo eterno, poiché ogni minima trasformazione contribuisce all’infinito scorrere dell’esistenza. Anche in questo caso, dunque, colore e forma sono mezzi attraverso i quali si interpreta per un attimo una realtà che continua a essere presente anche quando si distoglie lo sguardo.

 

Sulla riflessione tra senso della realtà fisica, concreta come l’architettura, e l’interpretazione che la mente costruisce di essa, come se fosse un labirinto nel quale si rimane incastrati, come un luogo del non-senso, quel castello kafkiano nel quale il compito che dobbiamo svolgere sembra perdere di significato, è la serie "Unidentified objects". In un fondo che rimane costantemente bianco, varie architetture colorate sono trasformate in visioni geometriche e speculari, intriganti ma senza alcun centro prospettico, perfetta ambientazione che invece di guidare disorienta la mente.

 

In molte serie Claudio Orlandi riflette sul significato del rappresentare l’architettura: anche nella serie "Il Castello", che del romanzo kafkiano riprende volutamente anche il nome, si assiste a una progressiva perdita del centro prospettico, per cui l’architettura, che nei primi scatti appare ancora reale, pian piano diventa un non-luogo di forme e colori puri, giustapposti; la prospettiva sembra paradossalmente annullarsi nonostante ciò che viene presentato è in realtà il contrario, ossia i piani spaziali che via via si susseguono. Questo annullamento è dovuto alla mancanza quasi totale di chiaroscuro e alla focalizzazione della centralità verso il particolare. L’effetto disorientante è così raggiunto, lasciando l’impressione ottica del puro colore.

 

Segue "MAXXIproject", dedicato al museo di arte contemporanea di Roma: qui la tonalità dominante è grigio-bianca e, nonostante tutti gli scatti rappresentino l’interno del museo costruito da Zaha Hadid, l’obiettivo non è quello del reportage, ma della pura osservazione ottica.

 

Seguendo la strada della simmetria come percezione visiva, attraverso l’interpretazione di un dato materiale tratto dall’architettura, "Per esempio la pietra" è la serie che più di qualsiasi altro lavoro si avvicina all’astrazione pura: in questo caso, però, il centro prospettico non è annullato dalla mancanza di chiaroscuro, anzi, attraverso le ombre si distinguono le forme. Sono, però, forme assolute, che escludono la vista verso un “al di là”, verso qualcosa di altro che non sia la geometrizzazione, il colore che è monocromo e che varia, appunto, soltanto in funzione dell’esposizione della luce.

 

Panorami incredibilmente interpretati sono gli scatti che compongono "Last World", serie realizzata in un deposito rottami. I rifiuti urbani sono qui trattati come fossero sculture, composizioni casuali che possono diventare forme altissime di arte, attraverso un lavoro di comprensione intellettuale e ridefinizione. Ecco che, dunque, ciò che nella vita quotidiana sembra squallido, in questo lavoro di Orlandi appare magnifico, monumentale, necessario come solo la bellezza sublime riesce a essere.

 

Come in Last World, anche "Ultimate Landscapes" presenta una serie di paesaggi indefiniti, frutto di materiali questa volta non di scarto ma composizioni di teli che creano effetti sorprendentemente chiaroscurati. Il panneggio realistico è sempre stato uno degli obiettivi della scultura, dall’età ellenistica al pieno Barocco. Orlandi in questa serie supera la concezione del panneggio in funzione di un corpo che lo sostiene e presenta, dunque, interi panorami costruiti soltanto con cangianti effetti di panneggio, quasi monocromo. Questo cangiantismo sembra dare un costante movimento a tali paesaggi, attraverso i quali lo sguardo scivola tra pensieri indefiniti.

 

di Cecilia Paolini



sviluppo e realizzazione grafica a cura di Raffaele Verna