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ART G.A.P. GALLERY
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pasquale nero galante

 

Lo stupore che lo spettatore ha di fronte all’opera d’arte è solo una piccola porzione del senso del sublime che l’artista sente di fronte alla propria ispirazione. Una volta un saggio mi disse: “tu dici che questo dipinto è pura meraviglia perché non conosci l’immagine iniziale che l’ha prodotto!”. La distanza che si crea tra l’ispirazione, qualitativamente infinita, e l’opera creata, quantitativamente finita, è più che proporzionale alla distanza che si crea tra il dipinto e il senso di smarrimento provato dallo spettatore: in entrambi i casi, è questa distanza che crea il sentimento del sublime, vera essenza dell’Arte.

 

Nelle opere di Galante questa barriera è palesata attraverso velature che si interpongono tra l’osservatore e il soggetto dipinto, come ad avvertire che l’immagine, per quanto possa incantare, non è mai sufficiente, perché la verità risiede altrove, nel percorso che l’occhio deve compiere per far intuire alla mente ciò che eternamente e infinitamente è. Dunque il gesto di nascondere l’immagine, anche se attraverso trasparenze, non esprime una negazione dell’atto pittorico, piuttosto una funzionale barriera per obbligare l’occhio e la mente a cogliere il giusto tempo, perché la comprensione della verità non può avvenire d’improvviso e l’immagine senza l’osservazione non è nulla.

 

La verità di Galante è struggente: il dato materiale non lascia spazio a perfezionamenti e in modo a volte crudele mostra una realtà di corpi molli, rughe e lacrime, una Natura caotica alternata a paesaggi urbani cadenti; incredibilmente, l’impressione che se ne trae non è, però, di decadenza, al contrario la pittura di Galante persuade a un senso di solenne sacralità. Abbandonare l’ansia della perfezione, del divertimento coatto, dell’eterna giovinezza corporea mostra all’uomo propria vera natura, che è esperienza e sensazione. Per questo una tavolozza colma di cromie sarebbe di disturbo, come indugiare in dettagli inutili: la memoria è composta di tonalità semplici, di bruni e di bianchi, con infinite sfumature, ma senza troppi orpelli.

 

Dunque nei dipinti di Galante tutto è sacro perché tutto è vero, di quella realtà immutabile e infinita che è la coscienza umana. Sacro è ciò a cui si è conferita conformità positiva del dato reale e il suo potere risiede nel riconoscimento universale; il sentimento che si prova davanti a qualcosa che si giudica sacra è non solo ammirazione, ma partecipazione. I dipinti di Galante, dunque, riassumono in sé due dimensioni: lo spazio tra l’osservatore e le velature che confondono le vere immagini è la realtà contingente, limitata e fuggevole del quotidiano; lo spazio tra quelle stesse velature e l’immagine che pian piano si svela è la realtà necessaria, infinita ed eterna della condizione umana in cui tutti si riconoscono, simbolo di una indulgente gratificazione esistenziale. Ecco che, quindi, la manifestazione di carni spente e molli non suscita tristezza o spavento, al contrario è pura ierofania a cui l’intera umanità da sempre partecipa.

 

di Cecilia Paolini




sviluppo e realizzazione grafica a cura di Raffaele Verna