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valerio de filippis

 

L’uomo, in quanto essere razionale, è in grado di provare dolore e piacere al di là della contingenza fisica, in una dimensione che è soltanto e profondamente esistenziale. Ma il “male di vivere”, come Montale insegna, è pura conseguenza della razionalità che distingue l’uomo da qualsiasi altra creatura: in un’età dell’oro immemorabile, vagheggiata già nella mitologica Arcadia, la felicità era costituita dal connubio tra l’uomo e la Natura. Quello stato di grazia, ormai perduto, era dato da un’inconsapevole simpatia con l’eterno ciclo del mondo terreno. Con la razionalità, l’uomo ha perso la capacità dell’innocenza, per cui il dolore si è trasformato in angoscia esistenziale e il piacere è null’altro che mancanza di dolore, ossia un effimero inganno.

 

Le “magnifiche sorti e progressive” hanno condannato l’umanità a un’ansia perenne, allontanandola dalla sua vera natura. Da questo stato non v’è alcuna via di fuga; la consapevolezza, però, può suggerire all’uomo l’unico comportamento degno per la sua esistenza: non combattere contro il dolore esistenziale ma viverlo profondamente con il coraggio e l’eroica rassegnazione di un Titano. In PRS TRC, per esempio, la condizione umana è rappresentata fin dal titolo, cifratura, privata delle vocali, della parola “preistorico”. Il soggetto, che fisicamente richiama agli eroi mitologici, è accucciato come a voler ritornare nella posizione fetale; dietro di lui un magma informe rappresenta tutto ciò a cui ha rinunciato: non a caso la definizione anatomica dell’uomo è massima verso gli arti inferiori, decisamente distaccati dal fondo, mentre si fa meno netta verso la testa, simbolicamente sede della razionalità.

 

É dunque la rappresentazione di una nascita, molto più drammatica di quella biologica, perché inizio della coscienza di sé: viene raffigurato il momento in cui l’uomo perde l’innocenza, si allontana dalla Natura ed è costretto a diventare l’eroe della propria sorte, ineluttabile e unica identità umana. Della stessa serie fa parte PRS TRC 2 in cui la trattazione corale del soggetto rende palese l’idea per cui il processo drammatico verso la coscienza di sé è ineluttabile e coinvolge indistintamente qualsiasi essere umano. In questo dipinto, infatti, appare chiaro il progressivo distacco dell’uomo dallo stato di Natura, rappresentato semioticamente dal fondale magmatico entro il quale le figure sembrano lottare per raggiungere una definizione altra. Questa lotta è dolorosa quanto inevitabile, in quanto l’uomo è l’unico essere dotato del grande dono e della grande condanna di possedere il libero arbitrio.

 

In “Figura”, l’anatomia eroica di memoria policletea è portata all’esasperazione, tanto che le membra sembrano disfarsi, costrette a una tensione impossibile da sostenere. In questo caso il volto del soggetto non è rappresentato, non già perché si va definendo il processo di consapevolezza per la sorte umana; è piuttosto il momento finale di quel processo: nell’istante in cui l’uomo riesce a intuire la conoscenza di se stesso, trasforma inesorabilmente la razionalità in pazzia. Il connubio con la Natura garantiva all’uomo primitivo l’inconsapevolezza per il più grande ignoto con cui l’umanità è costretta a confrontarsi: la morte. Aver abbandonato lo stato di natura, implica l’impossibilità di accettare con animo quieto la caducità della propria esistenza. La vita umana è come il corpo rappresentato: non si può conoscere né la propria nascita, di cui non si hanno ricordi, né la propria fine. L’“oscillare impotente tra noia e dolore” di Nietzsche rappresenta tutto ciò che esiste tra l’inizio e la fine, ossia tutto ciò che di se stesso può conoscere l’uomo.

 

Il riscatto da questa condizione è l’atteggiamento titanico dell’eroe che accetta incondizionatamente la propria sorte costruendo un destino che vada al di là della propria esistenza fisica. Il disfacimento del corpo umano, confuso in modo visibilmente compiaciuto in un miscuglio di colori scuri, che suggeriscono marcescenza, richiama alla memoria l’arte di Francis Bacon, anche se nelle opere di de Filippis la tematica dell’uomo-eroe impedisce una trattazione delle anatomie fortemente distorta come nel pittore irlandese. La scelta di lavorare per grandi dimensioni non è casuale: amplia il sentimento terrificante dello spettatore che, posto di fronte alla rappresentazione della propria identità umana, non può che prestare attenzione alla propria coscienza.

 

di Cecilia Paolini 

www.valeriodefilippis.it



sviluppo e realizzazione grafica a cura di Raffaele Verna